Simbruina Stagna, la Villa di Nerone

La notorietà archeologica della zona sublacense è legata alla presenza della grande villa che Nerone fece costruire lungo l’Aniene; non mancano però dati, il più importante dei quali è l’individuazione di un muro in opera poligonale, dai quali si può ipotizzare che Subiaco fu già un oppidum degli Equi, come si deduce da alcune testimonianze epigrafiche, nella tarda età repubblicana.

Già prima di Nerone, comunque, la zona era nota ai Romani, visto che tre dei nove acquedotti che rifornivano la capitale, e cioè l’Acqua Marcia, la Claudia e l’Anio Novus provenivano dalla zona sublacense.

Il Complesso dei Simbruina Stagna - La villa di Nerone

Il Complesso dei Simbruina Stagna – La villa di Nerone

Fu però Nerone che, come dice Frontino, riutilizzando forse una strada di servizio degli acquedotti, fece costruire la via Sublacense per facilitare l’accesso alla sua villa. La strada antica, ricalcata fino a Subiaco da quella moderna, si teneva alla destra dell’Aniene ma in prossimità del centro abitato passava sulla sinistra, come è possibile ricostruire in base alla scoperta del tracciato antico; tale tracciato, dopo aver servito i nuclei della villa, saliva verso gli Altipiani di Arcinazzo.

Essa si trovava nel punto in cui il fiume Aniene lascia la stretta gola dei Simbruini fiancheggiato sulle due sponde dai monti Taleo e Francolano.

Resti della villa sono tuttora visibili ai lati della via Sublacense, tra la località Sorricella ed il monastero di Santa Scolastica.

Lo storico romano Tacito ricorda che mentre Nerone stava banchettando nella sua villa di Subiaco un fulmine cadde e colpì la mensa, spezzandola. Tale evento si verificò nel 60 d. C.: ciò significa che in quel l’anno gran parte della villa era già stata completata.

In origine il complesso si estendeva su una superficie di circa 75 ettari e si articolava in nuclei separati, disposti a vari livelli intorno ai tre laghetti, raccordati dal cosiddetto Pons Marmoreus citato nelle fonti medievali.

La villa, originale come struttura, era costituita da una serie di nuclei separati disposti forse con corrispondenza simmetrica lungo le rive dei laghi creati artificialmente per mezzo di tre dighe, due delle quali sono state identificate con una certa sicurezza, la prima al Ponte San Mauro e l’altra presso la Cartiera.

Un ruolo fondamentale era rappresentato dalla presenza dell’acqua che consentiva di realizzare sicuri effetti scenografici da inserire in un contesto di paesaggio rimasto ancora oggi in gran parte inalterato.

Questo tipo di ricerca architettonica bene si adatta al gusto neroniano, come dimostra la stessa residenza a Roma di questo imperatore, la famosa Domus Aurea.

Si è pensato che entrambi questi complessi siano stati realizzati dagli stessi architetti, Severo e Celere, i quali, nelle fonti letterarie, vengono definiti magistri e machìnatores, in quanto essi consideravano l’architettura come l’unione di elementi tratti dall’urbanistica, dall’invenzione scenica e dalla stessa architettura, fusi tra loro armonicamente.

I resti della villa si articolano in vari settori: i primi due vennero scoperti nel 1883-84 nel burrone Santa Croce, durante i lavori di costruzione della strada per Jenne, sulla sponda destra Aniene (nucleo B). Questo primo nucleo presentava una scala per raggiungere il piano superiore ed un corridoio ad angolo con sala absidata riccamente decorata.

Nucleo dell complesso dei Simbruina Stagna - La villa di Nerone

Nucleo dell complesso dei Simbruina Stagna – La villa di Nerone

Circa m 250 più a valle, in località San Clemente, si trovano le cosiddette Carceri (nucleo A): questo settore è occupato, nella parte più alta, da una cisterna, mentre nella parte inferiore sorge un’altra absidata con due nicchie, in cui si deve riconoscere forse un ninfeo, e numerosi ambienti interpretati come bagni, realizzati in laterizio e opera mista di mattoni e reticolato, tecniche murarie che fanno pensare a restauri effettuati in età traianea. Al nucleo A si collegava la testata di un ponte, forse, il Pons Marmoreus ricordato dalle fonti medievali.

Scavi effettuati di recente ad opera della Soprintendenza Archeologica per il Lazio al di sotto del ninfeo hanno portato alla luce alcuni vani più antichi in opus reticulatum aventi orientamento differente rispetto a quelli superiori.

Questi rinvenimenti fanno ipotizzare che la villa abbia subito un radicale rinnovamento dovuto all’imperatore Traiano, il quale proprio in questa zona fece effettuare lavori per innalzare il luogo di captazione dell’acquedotto dell’Anio Novus.

In età medievale su alcuni ambienti di questo settore venne costruito il protocenobio di San Clemente, uno dei tredici monasteri costruiti nella zona ad opera di San Benedetto.

Gli scavi, dopo l’intervento ottocentesco vennero ripresi sul finire degli anni ’50. In questa occasione vennero riportati alla luce altri due settori del complesso identificati come D e C, che, tuttavia, erano già in parte noti agli studiosi dell’800, in particolare il settore D, noto anche come Casa dei Saraceni.

Il nucleo D si trova sulla sponda sinistra del fiume e si sviluppa su due livelli: uno più basso ed uno superiore meglio conservato che presenta una grande abside (ninfeo) al centro, fra due avancorpi con nicchie ed ambienti coperti a botte e a crociera.

Il nucleo C si trova nelle vicinanze, in località Pianello: in questo settore sono state individuate delle costruzioni, forse per sostenere giardini. Nel 1983 scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio in località Soricella hanno portato al rinvenimento di sedici ambienti in reticolato (nucleo E), forse ambienti termali, su vari livelli attribuibili a due fasi successive. Della originaria decorazione sopravvivono solo frammenti di intonaco, mosaici in pasta vitrea e marmi.

Gli scavi della Soprintendenza proseguiti in questi anni, hanno consentito di stabilire che la villa ebbe una continuità d’uso almeno fino al III secolo d.C.

La villa di Subiaco si può addirittura porre come una prova di alto livello delle soluzioni architettoniche poi impiegate nella Domus Aurea e per tutti e due questi complessi possono valere le parole di (Tac., Ann. I 5,42) arva et stagno et in modum solitudinum hinc silvae, inde aperta spatia et prospectus che ricordano la consuetudine di inserire ambienti agresti all’interno di complicate strutture architettoniche.

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