Gli Acquedotti Romani dell'area sublacense
ANIO VETUS
Aniene Vecchio il nome di Vetus lo prese soltanto tre secoli dopo, quando cominciarono i lavori del secondo acquedotto dell'Aniene,l'Anio Novus. il condotto fiancheggiava la via Praenestina via Latina la via Tuscolana e lungo la via Labicana entrava in Roma nella località detta ad Spem Veterem (nella zona di Porta Maggiore) con un condotto sotterraneo traversava l'Esquilino e finiva all'altezza della Porta Esquilina Arco di Gallieno era lungo circa 63 km L'acqua dell'Anio Vetus non fu mai molto apprezzata a causa della sua frequente torbidezza, tanto che successivamente, quando vennero condotte in Roma acque migliori, questa fu destinata prevalentemente ad usi non potabili quali l'irrigazione e l'alimentazione delle fontane di ville e giardini.
ANIO NOVUS
”Aniene Nuovo” venne cominciato da Caligola nel 38 d.C. e terminato da Claudio nel 52 d.C.. Anio novus per distinguerlo da quello già esistente Anio vetus. L'acquedotto, seguiva lo stesso percorso dell'Aqua Claudia, è lungo circa 87 km. e aveva le sorgenti presso l'alta valle dell'Aniene, all'altezza del XLII miglio della via Sublacensis, poco prima di Subiaco. L'acqua era prelevata direttamente dal fiume Aniene ed aveva una portata di 200.000 metri cubi al giorno e spesso giungeva a Roma molto torbida; l'imperatore Traiano al fine di eliminare l'inconveniente, fece spostare il prelievo, in unlimpido laghetto che si trovava presso Treba Augusta (l'odierna Trevi nel Lazio). Passava presso Vicovaro, Castel Madama, Tivoli, ed arrivava fino a Porta Maggiore.
AQUA MARCIA
Acquedotto alimentato da abbondanti sorgenti di acqua limpida e freschissima situate nei pressi di Marano Equo, tra Arsoli ed Agosta. Nel 144 a.C. il pretore Quinto Marcio Re con un’opera inedita per quel tempo la incanalò verso Roma. Una fila di archi lunga circa 9 kmche fiancheggiava via Latina passava per l’attuale Porta Maggiore ed arrivava fino alla Porta Tiburtina. Poi con opere di canalizzazione secondarie l’acqua arrivava al Quirinale, al Campidoglio, ed una ramificazione alimentava anche le terme di Caracolla. Questa parte di acquedotto venne potenziato in un secondo momento con una nuova sorgente che arrivava da Arsoli “Fons novus Antoninianus”, Acqua Antoniana. L'Aqua Marcia subì consistenti opere di restauro da parte di Agrippa nel 33 a.C. e di Augusto tra l'11 e il 4 a.C.: quest'ultimo, come per l'Aqua Appia, potenziò la portata del condotto con la captazione di una nuova sorgente detta Augusta. Altri restauri furono eseguiti da Adriano, da Settimio Severo e da Diocleziano tra il III e il IV secolo, quando questi utilizzò un ramo secondario per alimentare le Terme di Diocleziano. L'ultimo grande restauro si deve a papa Pio IX quando, nella metà dell'Ottocento, incaricò Luigi Canina e Nicola Moraldi di ripristinare l'antico acquedotto Marcio: l'acqua, in onore del papa, fu denominata Acqua Pia ed una propria mostra, la Fontana delle Naiadi. Resti dell'Aqua Marcia sono oggi visibili soltanto presso il Casale di Roma Vecchia o Villa dei Quintili, in vicolo del Mandrione, a Porta Maggiore e a Porta Tiburtina.
AQUA CLAUDIA
Questo acquedotto fu iniziato da Caligola nel 38 d.C. e terminato da Claudio nel 52 d.C. L'acqua proviene dal XXXVIII miglio della via Sublacense, tra Marano Equo e Arsoli, in prossimità delle sorgenti dell'Aqua Marcia. L'acquedotto, si snoda su di un percorso totale di circa 68 km, 15 dei quali a cielo aperto, dopo aver viaggiato in un canale sotterraneo, usciva all'aperto al VII miglio della via Latina, nell'odierna zona delle Capannelle. Da qui l'acquedotto, al quale fu sovrapposto anche lo speco dell'Anio Novus, continuava il percorso, fino ad entrare in città alla Spem Veterem (Porta Maggiore). Numerosi erano i rami secondari che da qui si staccavano, il più importante dei quali era sicuramente quello costruito da Nerone: l'Acquedotto Neroniano, che si dirigeva verso il Celio, seguendo il percorso dell'Aqua Appia e fu realizzato per alimentare il ninfeo e il lago della grandiosa reggia neroniana, la Domus Aurea. Le arcate furono restaurate dai Flavi, da Adriano e soprattutto da Settimio Severo e da Caracalla nel 211 d.C.
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